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#2 (Cni records-2010)
"Alla sua seconda sortita fuori
dagli Aires Tango il pianista Alessandro Gwis ribadisce
a chiare lettere che i suoi virtuosismi alla tastiera
non possono mai prescindere dalle doti di eclettismo da
cui trabocca la sua bisaccia di musicista.?Un lavoro davvero
notevole quello al quale ha dato vita in trio con Luca
Pirozzi al basso e Armando Sciommeri alla batteria, un
disco che si muove agile e intrigante tra jazz e musica
colta senza disdegnare repentine fughe nel tango enfatizzate
almeno in un caso - "Don't blame Gwis" - dall'ospitata
di un accordion dinamico e ispirato come quello di Luciano
Biondini.?Parlarne come di un outsider su una scena sempre
più vivace e qualificata qual è quella del
jazz in Italia è fare un palese torto ad un estro
davvero all'altezza delle più prestigiose ribalte."
Elio Bussolino - Rockerilla

Alessandro Gwis continua a stupire. In verità
lo fa già dalla sua appartenenza agli Aires Tango
ed anche con il combo Wasabi, e già la sua opera
prima eponima, licenziata nel 2006 aveva posto in rilievo,
oltre che le sue indubbie doti pianistiche, anche la sua
vena compositiva. Diciamolo subito, il pianista romano,
con al fianco i "fidati" Luca Pirozzi al contrabbasso
e basso elettrico e Andrea Sciommeri alla batteria, ha
dato alla luce un bel lavoro. Composizioni originali (un
valore aggiunto da non sottovalutare), giusto biglietto
da visita del mercuriale pianista, che appare giunto alla
sua maturità artistica con quel pizzico di "peterpanismo"
che non guasta. Gwis sfoggia un arsenale che pochi possono
vantare, lambendo le geometrie di Scarlatti fuse alla
percussività di Bartòk, come in Forrò,
dove il suono del pianoforte nell'intro solitaria assume
le sembianze di un clavicembalo. Costante è il
mantenere sempre ferma la melodia, non perderla mai di
vista, anche nei solchi più ibridati, come Settembre
dall'ostinato che sfuma e ricompare, senza mimetismi.
Il suo fraseggio assume sempre maggiore consistenza e
riconoscibilità, senza mai dimenticare la dolcezza
anche nel forte e negli impeti più muscolari che
sottolineano Grand Guignol, con accordi ampi e possenti.
I brani si susseguono in piena libertà estetica
e si svolta l'angolo con Buster Keaton,
dove Gwis gigioneggia con l'elettronica e un break siderale
lascia spazio all'assolo elettrico centellinato e di ottima
fattura di Pirozzi. I temi a maglie aperte, quasi in bilico
"generazionale" si alternano ad universi minimalisti,
come nelle tessiture cupe di Langhe Oscure, per dare agio
a invenzioni asimettriche, finanche grottesche e degne
di un cartoon che traspaiono dalla movimentata Don't Blame
Gwis, con Biondini in antitesi alle mirabilie di sampler,
laptop e moog.
Si stenta a credere che ben cinque tracce (The Blessed
Sadness Of Fall, The Baloonatic, Ibo, The Flood, Wind
Rose Glitches) siano frutto di improvvisazione registrata
in presa diretta in studio. E ciò per la struttura
metrica, per il linguaggio forbito dei tre musicisti e
per la cura dei particolari e dei contrappunti. Va da
sé che tale aspetto calca la mano sull'assoluto
interplay del trio e sull'indubbio fil rouge che li lega
da tempo. Sciommeri e Pirozzi non sono mai comprimari,
sempre indispensabili nell'economia musicale ed espressiva,
ognuno con le proprie abilità e con più
che apprezzabili incursioni. Il batterista tiene saldo
il bordone del tempo con gioiosa sfrontatezza, senza mai
eccedere.
Un lavoro corale, quindi, che conferisce maggiore materia
armonica e profondità timbrica alla lucidità
del fraseggio di Gwis ed al suo linguaggio moderno, dalle
estetiche differenti. Insomma, un disco per chi non vuole
annoiarsi e pensa che il jazz abbia anche un bel futuro.
Alceste Ayroldi - Jazzitalia

"Energia dirompente: questo è forse il pensiero
che viene in mente ascoltando il primo barno del CD di
Alessandro Gwis. In Forrò c'è energia trascinante
che dà la carica. Poi il timbro cambia, sorprende,
spiazza. si passa alla gradevolezza della melodia di O
sol dias mais lindos, oppure alla lievità di Settembre.
I suoni via via si affollano, sembra vederli arrampicarsi
l'uno sull'altro per emergere, per farsi sentire. E' come
percepire il desiderio, della musica stessa, di raggiungere
le nostre orecchie. E ci riesce. Le accarezza, le schiaffeggia,
le bacia, le sfiora con attimi di grande tensione, di
profonda malinconia, di visionarie suggestioni. E' un
jazz diverso quello di Gwis: molto personale, imparagonabile.
Il suo piano volteggia su passaggi elettronici, suoni
che sono quasi rumori, silenzi intensi. Se cercate di
riconoscere i generi che qui si mescolano con naturale
armonia non ci riuscirete. Difficile trovare qua e là
quelle sonorità latine che pure ci sono, quegli
spunti classici da cui l'autore parte per volare lontano.
Tutto è abilmente filtrato dalla sua creatività."
Vera Risi - Il Fatto Quotidiano

"Fin dai tempi degli Aires Tango, Gwis ha sempre
dimostrato un grande talento per l'improvvisazione e un'abilità
particolare - frutto di grande creatività e vivida
immaginazione - nello svincolarsi da pattern e schemi
prefissati che il tango talvolta impone. Il secondo capitolo
della sua carriera solistica, intitolato semplicemente
#2, non solo conferma quanto appena detto, ma aggiunge
nuovi particolari che aiutano a delineare un quadro ancora
più variegato e interessante, a tratti sorprendente,
della musica del pianista romano. I pezzi dell'album sfuggono
ad una precisa definizione, non si possono catalogare
a pieno titolo né come jazz né come musica
sudamericana od orientale, né tantomeno come classica
od elettronica, anche se ciascuno di questi elementi ha
il suo peso specifico nell'opera e si fonde con gli altri
in modo coerente e assolutamente spontaneo. A tal proposito
l'elettronica ricopre un ruolo molto importante nel fare
da collante e armonizzatore delle parti: usata con buon
gusto e parsimonia, aiuta a riempire gli spazi, a rinforzare
il suono, a renderlo più denso e brillante e a
fornire effetti sonori stranianti. Non meno intrigante
è la varietà di registri adottata: dalla
danza esuberante e vitale di Forrò alla nostalgica
O Sol Dos Dias Mais Lindos, passando per la caricatura
grottesca e geniale di Buster Keaton o Don't Blame Gwis,
attraversando il mondo onirico tenero e surreale di brani
completamente improvvisati (The Blessed Sadness of Fall,
The Balloonatic, Ibo, The Flood, Wind Rose Glitches),
one shot registrati senza alcuna preparazione che lasciano
Gwis e i suoi compagni (bravissimi Pirozzi e Sciommeri,
molto più che semplici accompagnatori) completamente
liberi di dialogare tra loro. È un vero piacere
ascoltarli suonare insieme: sorretto da una fiducia reciproca,
il trio ormai si conosce alla perfezione, non ha bisogno
di ostentare alcunché, anzi talvolta si permette
anche il lusso della sottrazione, dell'ellissi, piuttosto
che dell'accumulo. Una gran prova di maturità artistica."
Roberto De Virtis - Jazz Convention

"Dopo il disco omonimo d'esordio, si intitola semplicemente
#2 la seconda prova solista di Alessandro Gwis, che anche
in questa occasione si propone in trio con Luca Pirozzi
e Armando Sciommeri. Un titolo semplice, per una musica
che non lo è. Non perché sia "difficile"
nel suo modo di proporsi, ma perché è portatrice
sana di una buona dose di sperimentazione e introspezione,
capace di rendere il tutto molto interessante. Il pianista,
noto ai più per la militanza negli Aires Tango,
mette a reagire tredici brani originali, che spaziano
dalle movenze pensose di "O Sol Dos Dias Mais Lindos,"
dove si avverte la classica geometria del jazz-trio, ai
disordini manipolati dell'intrigante "Buster Keaton".
L'elettronica, dunque. Utilizzata con parsimonia, lì
dove è servito e senza forzature; sia negli spartiti
preparati dal leader ("Don't Blame Gwis"), che
nelle improvvisazioni registrate in studio. Frammenti
estemporanei che si innestano con naturalezza in una tessitura
chiaroscurale, che trova il suo apice in "Settembre,"
passaggio tra i più riusciti. Quella contenuta
in #2 è musica viva, che rincorre un'idea certa
di bellezza, rimanendo però a distanza regolamentare
dalle insidie del calcolo matematico fine a se stesso."
Roberto Paviglianiti - All About Jazz

"Bel secondo album (che, lo ricordiamo "è
sempre il più difficile", come noto) per Gwis,
pianista degli Aires Tango ma anche ormai musicista consolidato
autonomamente nel panorama jazz nazionale. Questo lavoro
potrà dare un ulteriore spinta in positivo, perchè
la strada scelta è appunto personale e, che piaccia
o meno, distinguibile, nitida negli intenti e con idee
che diventano musicali e autenticamente godibili sul piano
del risultato. Il tutto passa per il jazz quasi ovunque
ma si colora di latin e tentazioni elettroniche elegantemente
concretizzate, restituendo una musica originale, tesa
e comunicativa. Con lui suonano, bene, Luca Pirozzi e
Armando Sciommeri; come sarà a questo punto chiaro
non aspettatevi il solito disco di trio jazz."
Pier Luigi Zanzi - SUONO

Alessandro Gwis, pianista e tastierista
degli Aires Tango, ci aveva colpito positivamente nel
2006 in occasione dell'uscita del suo primo cd solista,
intitolato semplicemente con il suo nome. L'impressione
viene confermata e rafforzata dal suo secondo disco ("#2"),
come il precedente edito dalla Compagnia Nuove Indye.
Una grande continuità con il disco d'esordio segna la
nuova impresa. La formazione è la stessa: Gwis al piano,
samplers ed elettronica; Luca Pozzi al contrabbasso e
basso elettrico; Armando Sciommeri alla batteria. Simile
è anche la concezione strutturale dell'album, nella cui
scaletta compaiono qua e là brani di "free improvisations"
in studio. L'artista prosegue nella sua ricerca particolarmente
interessante di intersezione di linguaggi diversi, quali
il jazz, che costituisce la forza trainante della sua
musica, gli echi classici, qualche tocco latineggiante,
l'elettronica. Ascoltando con attenzione i suoi due cd,
ci è venuto spontaneo cogliere un nucleo di continuità
con lo spirito di Frank Zappa, non tanto per lo stile
o per il genere, quanto proprio per l'anima musicale,
per la concezione estetica che sta a monte di ogni brano.
In che senso? Ad esempio per la frequente variazione di
ritmo e di tono in uno stesso brano, per gli inserti che
sembrano eterogenei e inconciliabili ma che trovano nella
concezione generale del pezzo una giustificazione perfetta
e più che convincente, per l'impressione che l'improvvisazione
la faccia da padrone mentre in realtà ogni traccia è costruita
in modo rigoroso e preciso, per la continuità di "aspetto"
che si nota tra i brani dichiaratamente improvvisati e
quelli invece eseguiti a partire da uno spartito. Per
non parlare di alcuni graffi ironici e dissacranti che
ogni tanto emergono. Il disco parte con una grinta e un'energia
straordinarie in "Forrò", e poi di volta in volta attraversa
momenti più tranquilli e meditativi ("Settembre"), più
tesi e frenetici ("Buster Keaton"), più aperti e sognanti
("The Flood"). Segnaliamo anche "Don't Blame Gwis", con
la partecipazione di Luciano Biondini alla fisarmonica.
Apprezziamo in particolare la scelta di Gwis di tenersi
a giusta distanza dalle due sirene opposte dell'eccessivo
intellettualismo e delle tentazioni commerciali che hanno
reso celebri, forse in modo non del tutto meritato, tanti
suoi colleghi.
Gian Luca Barbieri - italianissima.net

Alessandro Gwis è il pianista degli Aires Tango, noto
combo romano attivo nell’area jazz-tango-latin; questo
“#2” è la seconda prova solista con la quale Alessandro
prosegue un tracciato di libera sintesi di diversi spunti
musicali, uniti in un crossover che va al di là dello
stantio concetto di contaminazione per alzare la bandiera
del sincretismo culturale. Il lavoro è realizzato in trio,
secondo uno schema sempre più adottato sia per la semplicità
organizzativa che per lo spazio che lascia agli artisti
partecipanti. L’interpretazione tuttavia è piuttosto lontana
dagli approcci tradizionali sia di interplay che di staffetta
tra solista e colleghi. La trama dei brani appare compatta
e sostenuta “democraticamente” dai tutti i membri del
complesso con un interessante contributo dell’elettronica,
ingrediente sapientemente dosato a conferire tinte moderne
al tutto. Spruzzate glitch si avvertono a più riprese
in Buster Keaton, The ballonatic, Ibo”, Cauda lenta e
Wind roses glitch; elemento quindi non saltuario ma organico
al disco, generalmente utilizzato come strato sovrapposto
ad una narrazione musicale molto comunicativa. Si crea
così una dialettica tra opposti che viene felicemente
risolta da quell’anima popolare legata al jazz ed al tango,
generi talmente vivi da garantire dei baricentri chiari
alle composizioni. In Don’t blame Gwis gli effetti elettronici,
il piano e la fisarmonica fanno volteggiare questi elementi
in una sarabanda argentina originalissima, realizzando
uno dei passaggi migliori e più divertenti del disco.
Numerosi sono anche gli episodi più dedicati alla narrazione,
generalmente riflessiva con un ponte verso la classica
e la new age meno scontata; O sol dos dias mais lindos
e The flood esibiscono chiari debiti verso questi lidi
musicali che raggiungono la massima chiarezza nell’onomatopea
di Settembre e di Langhe oscure. Lavoro molto ricco di
spunti e di riferimenti, non facilmente classificabile
e quindi per nulla scontato. Certamente chi gradisce il
jazz, il tango e certa new age sarà facilitato. Dedicato
comunque a chi ha senso di immaginazione, flessibilità
mentale e capacità di distacco dalle categorie standard;
gli altri possono rivolgersi altrove.
14/03/2011 | di Vittorio Formenti MESCALINA
http://www.mescalina.it/musica/recensioni/alessandro-gwis-2

Alessandro Gwis (Cni records-2006)
"Non ha ancora avuto il riconoscimento che merita
in Italia Alessandro Gwis, forse perchè si fatica
a immaginarlo "fuori" da quella umorale, possente
macchina da suono capace di declinare anche sottilissime
dolcezze che è Aires Tango, assieme a Xavier Girotto.
Questo è il disco che ci permette l'affondo nell'universo
poetico del pianista: equamente ripartito tra concentratissime
improvvisazioni in studio, e brani di composizione che
portano echi di milonghe, tanghi e di Satie, romanticismo
senza svenevolezze e crudi lacerti percussivi con sovraccarico
di intensità. Elettronica misurata in interfaccia
con la fluenza della diteggiatura (come pratica un Omar
Sosa, per capirsi), e due eccellenti compagni di suono:
Luca Pirozzi e Armando Sciommeri".
Guido Festinese - Alias de "Il
Manifesto"

"In trio con Luca Pirozzi al basso e Armando Sciommeri
alla batteria, Gwis prende una vacanza dagli Aires Tango
per il debutto a suo nome. Tango-jazz, latinerie, trucioli
d'elettronica, improvvisazioni oniriche, ma su tutto si
staglia un pianismo lirico e traslucente. Chapeau."
Gianluca Veltri - Diario

"Lirico e cristallino l'album solista di Alessandro
Gwis, pianista degli Aires Tango. Nel classico trio con
basso e batteria (più elettronica discreta) gli
umori variano dalle latinerie all'improvvisazione ironica".
Roberto Casalini - Io Donna de "Il
Corriere della Sera"

"Da Villa-Lobos a Piazzolla, è il rapporto
con la vastità degli spazi a caratterizzare molta
della migliore musica colta sudamericana. A questa affinità
elettiva non sfugge l'omonimo primo album firmato dal
pianista Alessandro Gwis (Cni-Rai Trade), componente degli
Aires Tango.Ma mentre il progetto bonaerense-capitolino
ha un approccio tematico, al completo servizio del "dio
tango", l'esordio del Gwis autore ha un respiro musicale
molto più ampio. Se le sei brevi improvvisazioni
in studio firmate in trio sono pretesti per attraversare
citazioni di Pastorius e sinfonismo russo, polverose allucinazioni
alla Bud Powell e orologi di John Cage, è nelle
otto partiture portanti che Gwis svela il suo amore per
Egberto Gismonti le cui suggestioni risuonano volentieri
(Alborada, Cuentos de Payasos, Ajedrez) a fondere jazz
contemporaneo, retaggi folk e classicismo senza frontiere.
Ecco l'impianto tipico del trio (Which Was It?), in bilico
tra un Jarrett meno gigione e il Corea pre-scientista,
a convivere con la raffinata elettronica fusion di Crisalide.
Ed ecco,certo, il tango in jazz (Agosto Noir), lo spirito
di Piazzolla a braccetto con il turbinoso McCoy Tyner,
a sfumare in un finale degno di Ruben Gonzalez al Buena
Vista. Se ascolto la musica di Alessandro Gwis e chiudo
gli occhi vedo foreste verdissime e acque impetuose, cieli
infiniti e moltitudini in movimento. E sento la malinconia
stemperarsi in speranza, la vita vincere sui dolori del
"nuovo mondo".
Claudio Moriconi - Il Giornale di Sardegna

"Un disco imprevedibile. Un lavoro ampiamente meditato
che giunge nel mezzo di una maturità artistica
ben consolidata. Alessandro Gwis, dopo aver costruito
la sua esperienza come sideman, intraprende un percorso
musicale che è la sintesi di quanto assimilato
e conchiuso nella sua natura.?Il lavoro è prodotto
da un'etichetta giovane, ma sempre più attenta
a delle sonorità calde, forti e ricche di colori
diversi:CNI - Compagnia Nuove Indye e distribuito da La
Frontiera.?Il connubio con il contrabbassista Luca Pirozzi,
attento esploratore di tutte le sonorità dello
strumento, e con il batterista Armando Sciommeri, capace
di creare architetture ritmiche imprevedibili, è
particolarmente intenso. Energia. A tratti malinconica,
a tratti stimolatrice di attività coreutiche, ma
Energia è ciò che trasmette all'ascolto.
Ogni brano è ostinatamente dotato di vita propria,
di calore e di humus polimorfo.?Tutti i quattordici brani
sono firmati da Gwis ed evocano i trascorsi dello stesso:
dagli echi delle sonorità europee a quelle tinte
più appassionate dei tanghi e quelle melanconiche
delle milonghe, per passare alle provocazioni di Satie.
?Le fughe di Alborada aprono alle tracce elettroniche
di Marzo Summer Spleen, un saggio di alcune variazioni
permeate di sobbalzi uditivi. Which was it? libera tutta
l'abilità tecnica di Gwis che incontra con particolare
affiatamento e morbidezza, la sezione ritmica. A questo
brano fa eco l'intensità espressiva di Showers
con le sue scansioni e le sfaccettature dell'Europa. Una
colonna sonora di un film muto che materializza movimenti
e saggi corporei. ?Si danza e si ondeggia tra i ritmi
e le costruzioni culturali geografiche: Agosto Noir è
sensuale e ruvida al contempo come la musica latina riesce
ad esserlo.?Le sensazioni e le emozioni di Alessandro
Gwis si materializzano, con tratti acidi ed impervi in
Finestre e nei chiaroscuri di Stazioni, dove il contrabbasso
di Luca Pirozzi avvolge con ferma dolcezza il piano.?L'Alfabeto
dell'Angelo è sicuramente policromo così
come lo è la composizione che si ritaglia ampio
spazio in melodie classiche per poi inasprirsi con elettrificazioni
assolutamente calzanti.?Di registro differente è
Crisalide che consente di ascoltare lo schiudersi del
bozzolo attraverso le stoccate elettroniche e le manovre
rispettose del contrabbasso.?Cuentos de Paysos si colora
di sudamerica, seppur con passaggi danzanti europei. Gli
orizzonti artistici di Gwis sono molteplici e non danno
tregua all'ascoltare. Così in Counterpoints e dalle
improvvisazioni nate in studio di John Cage clocks, che
studia le sonorità orientali e le elabora con levità
stilistica. Il ritmo sale con Ajedrez che mostra, ancora
una volta, di quanta abilità sia dotato il leader.?La
breve, brevissima Which I dreamed It ha i profumi delle
sonorità campionate tipiche della new age. ?Un
lavoro che elabora sogni e ne alimenta altri. Un prodotto
ricco di sapori forti, di confine. Gwis ha ben fagocitato
il suo passato tra il groove di Telesforo e le armonie
latine degli Aires Tango creandone nuove libere da inutili
leziosità."
Alceste Ayroldi - Jazzitalia

"Anni passati a esercitare l'onorevole mestiere
di turnista e a suonare il piano con quei buontemponi
degli Aires Tango. Poi arriva il momento di metterti in
proprio e nemmeno te ne accorgi. Sei lì che per
la prima volta devi fare i conti con te stesso e con le
tue energie, e per non sapere né leggere né
scrivere in mezzo finisci per inserirci di tutto, anche
l'anima. Come ha fatto Alessandro Gwis con la sua opera
prima, un disco strumentale all'interno del quale ha provato
a condensare buona parte del suo passato, che poi è
anche il suo presente: dal jazz all'elettronica, sia pur
minimale e discreta, fino alla tradizione del vecchio
continente e all'immancabile tango. Un percorso portato
avanti con il bassista Luca Pirozzi e il batterista Armando
Sciommeni, ideali compagni di viaggio di un lavoro inevitabilmente
tecnico ma senza eccessi, ricco di lirismo e piacevoli
suggestioni, piacevolmente immerso tra potenziali colonne
sonore di film muti e atmosfere imprevedibili.?Un cd diviso
quasi a metà tra improvvisazioni registrate in
studio (senza premeditazione alcuna, è assicurato
all'interno del booklet) e pezzi studiati a tavolino.
Meglio le prime a dire il vero, e se la loro caratteristica
è la brevità, poco importa: merito del loro
essere spiazzanti, con quella felice anarchia organizzata
che le rende affascinanti, dell'abbondanza di intuizioni,
come testimoniano le trovate elettroniche di "Marzo
summer spleen" (e già il titolo è tutto
un programma
).?Forse Alessandro Gwis, con il suo
tentativo di sfuggire alla rigidità di chi è
abituato a imporre etichette in ogni dove, non incontrerà
i favori dell'ortodossia jazz, ma di fronte a un'ipotesi
del genere possiamo passare anche sopra con tanto di snobistica
indifferenza. E goderci la vivacità di questo disco."
Giuseppe Catani - Rockit

"Questo disco omonimo è l'esordio da solista
per Alessandro Gwis, prima pianista della formazione Aires
Tango. L'album rappresenta in qualche modo la sua storia
artistica, riproponendone le tappe e le stazioni musicali
su cui si è fermato in questi anni da sideman.?Nonostante
le influenze siano molte, l'impressione che si ha ascoltando
il disco è quella dell'omogeneità stilistica
data dalla maturità artistica. A partire dal primo
brano "Alborada" si può sentire in qualche
modo l'approccio al pianoforte di Gwis, a suo modo fuori
dagli schemi per la varietà proposta anche se ligio
alla prassi canonica. Il contenuto nel disco è
fatto di una musicalità latina, d'improvvisazione
jazzistica, di una componente elettronica discreta e della
tradizione colta europea mescolata al languore del tango.?È
un disco che riesce ad intrecciare, a creare legami, a
tessere trame, quello di Alessandro Gwis. Primo fra tutti
il filo che lega la strumentazione acustica (pianoforte
con suoni classici e percussioni) con l'utilizzo del suono
elettronico e delle strumentazioni da studio di registrazione.
I suoni elaborati elettronicamente vengono usati per mascherare,
senza mai utilizzare delle sovraincisioni. Tutti i suoni
elettronici vengono fatti tramite l'elaborazione del pianoforte:
filtrando i timbri con strumenti digitali, di invenzione
di Robert Moog, passato alla storia nel 1964 per i suoi
sintetizzatori.?Luca Pirozzi al basso e Armando Sciommeri
alle percussioni e batteria accompagnano il pianista lungo
tutto l'album, imprimendo il carattere e la forza passionale
ritmica del tango, oppure facendosi fluidi e amalgamabili
durante le improvvisazioni estemporanee che come emergono
vengono fissate sul disco durante la registrazione. L'album
infatti si basa proprio su questo alternarsi di improvvisazioni
totalmente estemporanee con brani invece premeditati.?Questo
è uno dei punti forti del disco di Gwis che riesce
con grande maestria a presentare improvvisazioni senza
l'ostinato ripetersi jazzistico e senza cadere nella concezione
avanguardistica di una musica aleatoria (John Cage ad
esempio, che evidentemente ha ascoltato e a cui dedica
un brano "John Cage clocks") dove la guida musicale
è solo la componente stocastica.?Questo insomma
è decisamente un album strumentale ben riuscito,
dove la componente virtuosistica non fa da padrone, ma
cede il passo alle caratteristiche melodiche oppure agli
spazi di comune improvvisazione che possono sfociare in
suoni/rumori elettronici, non risultando però mai
un limite ("Alfabeto dell'Angelo").?Alessandro
Gwis è un altro di quei pianisti di cui tenere
conto per la sua capacità comunicativa e per la
l'intimità che sprigiona in questo omonimo disco
d'esordio."
Simone Broglia - Mescalina

"Ironia, malinconia, imprevedibilità. Sono
le innegabili virtù pop-jazz dell'esordio solista
di Alessandro Gwis, pianista e tastierista degli Aires
Tango. Chi chiede alla musica evocazioni e struggimenti,
energia e verve spontanea, troverà immediate soddisfazioni
da questo cd. Giacchè Alessandro Gwis riesce nell'intento
di amalgamare ogni suono possibile sino a raggiungere
l'immediatezza "popular". Accompagnato da Luca
Pirozzi (basso) e da Armando Sciommeri (percussioni),
gwis elabora 14 composizioni che ben sintetizzano il suo
creativo percorso musicale. Il capriccioso rondò
d'apertura (Alborada) è l'ideale "passepartout"
di mille altre suggestioni che coinvolgono tango (Agosto
Noir), dolcezze quasi "pop" (Which Was it?;
Stazioni), fusioni di jazz e sonorità latine (Alfabeto
dell'angelo; Ajedrez), effervescenze pianistiche (Showers).
E anche quando il musicista prende le distanze dal pop
e dal jazz orientandosi verso l'ambient music (Marzo Summer
Spleen; Crisalide) e la sperimentazione (John Cage Clocks),
lo fa con discrezione ed eleganza, puntando sulla facilità
d'ascolto.
Musica & Dischi

"Un trio jazz piano, contrabbasso e batteria come
nella tradizione più pura; composizioni sciolte,
scorrevoli, dall'aspetto vagamente inquieto se non addirittura
venate di tristezza. E allora dove sta la novità
e perchè segnalare un lavoro siffatto? Semplicemente
perchè il leader è uno che ci sa fare, e
tiene desta l'attenzione di chi ascolta brano dopo brano
con una naturalezza non così consueta nell'ambiente.
gwis non è il più veloce, il più
eclettico, il più creativo, il più romantico
e forse neppure il più bello tra i giovani (si
può dire?) pianisti italiani, però nel suo
primo disco da solista ci mette l'anima, e si sente. L'eredità
della militanza negli Aires Tango è avvertibile
nelle ricercatezze stilistiche da mari del sud che sa
inserire con perizia qui e là, ma Gwis non si priva
neppure della possibilità di impugare il martello
quando scocca l'ora di rendere misteriosa la tastiera.
A riprova della riuscita del disco non ci troverete "interpretazioni
personali" di standard polverosi."
Piercarlo Poggio - Blow Up

"Dopo anni in cui è stato prezioso collaboratore
di molti musicisti, tra cui ci piace ricordare il prezioso
lavoro con Marcello Murru in "Bonora", Alessandro
Gwis, pianista degli Aires Tango arriva al suo primo disco
solista, come d'abitudine intitolato come l'autore. Quattordici
composizioni guidate dal piano e supportate da Luca Pirozzi
al contrabbasso e basso elettrico e Armando Sciommeri
alla batteria e percussioni. Non è jazz, nonostante
la formazione. O comunque non solo. E' musica liquida
eseguita con grande maestria e fascino in cui trovano
spazio echi di jazz, etnica, improvvisazioni e musica
latina. Tutte le composizioni sono di Gwis. Per chi crede
che solo gli Stati Uniti possano avere il Brad Mehldau
..."
Brigata Lolli

"Alessandro Gwis si misura con la dimensione del
piano trio e la interpreta con diverse modalità:
segue la direttrice del tango e del lavoro sui suoni;
affronta la scrittura e si concede la liberta di improvvisare,
in studio, insieme ai suoi musicisti. Il pianista, nell'affrontare
il repertorio preparato per il disco, aggiunge, alle potenzialità
dello strumento acustico, l'impiego di sintetizzatori,
expander, computer che moltiplicano i suoni e permettono
un utilizzo plurale e istantaneo della tastiera del pianoforte.
Inoltre parte del lavoro è costituita da tracce
registrate improvvisando in studio, senza premeditazione,
per usare le parole che Gwis usa all'interno del booklet.
Un lavoro che interpreta stati d'animo e sensazioni differenti.
Le strutture ritmiche e gli accenti melodici della musica
argentina si arricchiscono di suoni nuovi, si uniscono
la disposizione compiuta dei brani scritti e la partecipazione
dei brevi frammenti improvvisati.
Il disco proposto in trio da Alessandro Gwis, Luca Pirozzi
e Armando Sciommeri si anima di tutti questi elementi.
Le aperture melodiche sono sostenute dal rigore delle
ritmiche tangueire e dai suoni eterei e sospesi, l'energia
e la passione dell'improvvisazione e degli assolo trovano
sempre valide soluzioni nei vari contesti.
Piano trio, si diceva... il pianoforte, con annessi e
connessi, guida il suono di questo lavoro, senza soffocare
la ritmica, senza confinarla in un ruolo marginale e secondario.
Nel disco si uniscono la visione sonora di Gwis e la vena
rispettosa della melodia propria della ritmica formata
da Pirozzi e Sciommeri. Il risultato che ne deriva è
nel reciproco riscontro tra gli elementi: la presenza
nel crescere e nel rimandarsi gli spunti più energici,
l'ascolto e la connessione tra i tre nei momenti in cui
intervengono i suoni più delicati e sottili.
Il tango e, più in generale, gli accenti sudamericani
sono elementi che caratterizzano la scrittura di Gwis
ed emergono nella composizione e nella stesura di brani
come Agosto noir, Alborada, nel ritmo avvolgente di Ajedrez,
nel sapore appassionato di alcuni passaggi di Alfabeto
dell'Angelo. Gwis milita da lungo tempo negli Aires Tango
e, in molti aspetti del lavoro, si notano delle vicinanze
tra le due formazioni. Forse, non poteva essere altrimenti:
una musica che si nutre di passione, di scatti repentini,
di ritmo, ma allo stesso tempo di percussioni leggere,
di animo romantico e lirico. Alessandro Gwis riesce a
realizzare un lavoro che sfrutta elementi diversi, l'improvvisazione,
il lavoro sui suoni e le dinamiche sudamericane, per esprimere
il suo mondo musicale con passione e precisione e creare
un meccanismo sicuramente ben congegnato."
Fabio Ciminiera - Jazz Convention

"Da sideman degli Aires Tango a solista, almeno
per ora. Alessandro Gwis prova ad organizzare un'opera
prima, portandosi dietro gli echi della formazione capitanata
da Javier Girotto, com'è giusto che sia. Ad aiutarlo,
con fare discreto e con passo felpato, Luca Pirozzi al
basso e Armando Sciommeri alle percussioni. L'album, che
porta semplicemente il suo nome, 14 composizioni originali,
è stilisticamente complesso, molti infatti gli
stilemi che spuntano tra un fraseggio e l'altro, segno
di una cultura musicale abbastanza ampia da poterci navigare
dentro a vista. Musica latina, jazz, elettronica (poca,
e di qualità), tradizione europea, e il tango a
tirare le fila. Un viavai di stop and go, di ripartenze,
di energia e di poesia, che il pianista romano controlla
senza perdere mai la rotta..."
Maurizio Iorio - Rockstar

"Dopo una lunga militanza negli Aires Tango, il
pianista Alessandro Gwis dà alla luce il suo primo
album da leader. Lo fa con la formazione più classica
e impegnativa (il trio) mettendo, come spesso accade nelle
opere prime, molta carne sul fuoco. ?In questo album ci
sono infatti anni ed anni di esperienze musicali accumulate,
sedimentate e stratificate, che finalmente vengono allo
scoperto. Troviamo molti brani, ben quattordici, prevalentemente
brevi e succinti, quasi come se Gwis volesse sfruttare
tutto il tempo a disposizione sul CD per condividere con
l'ascoltatore le molte sfaccettature della sua musica.
?Il tango e i ritmi latini, ovviamente, ma anche echi
di tradizioni euro-colte, musiche popolari, una occasionale
spruzzata di elettronica, delicate melodie ed appassionato
lirismo, sempre permeato da ironia, da un certo vigore
ed anche da una sottile nota malinconica. ?Un album piacevolmente
danzante, che rivela una forte tendenza all'uso di scansioni
ternarie e che mostra il suo lato migliore quando la musica
punta verso l'America del Sud."
Paolo Peviani - All About Jazz

"Dopo anni di militanza negli Aires Tango, il pianista
sintetizza in un bel debutto da solista le sue diverse
anime musicali. Muovendosi con disinvoltura tra il jazz
e i ritmi latinoamericani, deviando per l'elettronica
e passando, quasi inevitabilmente, sui sentieri sensuali
del tango."
Emiliano Coraretti - Left

"Il nome di Alessandro Gwis non è noto al
grande pubblico, ma gli estimatori dei prodotti musicali
di qualità che trovano spazio al di fuori dei circuiti
commerciali lo conoscono come pianista degli Aires Tango.
Ora è giunto alla sua prova d'esordio come solista
con un cd intitolato semplicemente "Alessandro Gwis".
Il disco è eseguito da Gwis insieme a Luca Pirozzi
al basso elettrico e contrabbasso e ad Armando Sciommeri
alla batteria e percussioni. Musica essenziale, come si
può intuire dalla formazione, senza orpelli, che
comprende diversi punti di riferimento stilistici tra
i quali primeggia il jazz, senza dimenticare però
riferimenti alla tradizione latina (con il tango ma non
solo) ed europea ed al gusto per l'improvvisazione. Circa
la metà dei pezzi infatti, come garantito da una
nota di copertina, sono "improvvisazioni eseguite
in studio senza premeditazione". C'è anche
una spruzzata di elettronica, che però anche in
questo caso è realizzata in modo interessante:
infatti i suoni elettronici sono in buona parte eseguiti
al pianoforte, i cui timbri sono filtrati e trattati utilizzando
un'interfaccia digitale che consente di pilotare il computer
direttamente dalla tastiera del piano. I brani sono tutti
originali e recano la firma di Gwis ora con, ora senza
quella dei due collaboratori Sciommeri e Pirozzi. Ciò
che colpisce in particolare del disco è lo straordinario
equilibrio raggiunto tra la tecnica e la sensibilità.
Il virtuosismo non è mai fine a se stesso, ma riesce
a trascinare con sè una raffinatezza formale davvero
notevole. Ci si muove nei territori di uno spirito fondamentalmente
"classico", in cui non c'è traccia di
sperimentazioni che vogliano strizzare l'occhio all'avanguardia,
ma dove allo stesso tempo nulla appare mai banale e scontato."
Gianluca Barbieri - La Cronaca di Cremona

Nota: l'autore della recensione che segue si vanta di
aver scritto una recensione "sufficientemente sboccata
e delirante da non essere menzionabile in alcuna rassegna
stampa". Ovviamente, dopo un tale invito a nozze
la menziono, eccome. Se MoonFish crede che ci spaventiamo
per così poco, si sbaglia di grosso!
Occazzo! Questo di Alessandro Gwis è proprio un
disco coi coglioni! Gwis, già pianista degli Aires
Tango, in questo album omonimo si fa accompagnare dal
contrabbasso di Luca Pirozzi e dalla batteria di Armando
Sciommeri, altri due sonatori palesemente testicolomuniti.
Nonostante tutte questo abbondare di palle il disco riesce
anche a non essere palloso e a rendere eccitanti alle
mie orecchie parole come "jazz" e "tango":
avevo sempre preferito i tanga. Sì, lo so, battuta
pessima. E poi non è neanche vero, preferisco delle
normali mutandine a quelle robe lì. Beh, spero
sia chiaro che non sarei io a indossare quei tanga, comunque
Ma di che diavolo sto parlando?!?! Mannaggia alla primavera
Torniamo a noi! Il brano di apertura, "Alborada",
è davvero strepitoso! Così come "Which
Was It?" d'altronde, o l'unghereseggiante "Showers",
una delle sei improvvisazioni in studio che sono presenti
in quest'album. Anche la lunga e sinistra "Agosto
Noir" non può uscire viva da questa recensione
senza essere menzionata
Molto interessanti anche
la psicotica ostinazione di "Alfabeto dell'Angelo"
(perché sento Bartòk ovunque?! o è
forse Emerson che reinterpreta Bartòk quello che
sento?! o avrò forse bevuto troppo?!) e la lieta
leggerezza, o la leggera letizia (per non parlare della
corpulenta anastasia), di "Ajedrez". Devo dire
che almeno, pur avendo parlato bene di questo disco (il
che mi ha davvero sorpreso: conoscendomi non ci avrei
mai scommesso!!), mi fa piacere averne scritto una recensione
sufficientemente sboccata e delirante da non essere menzionabile
in alcuna rassegna stampa, eheheh!!
MoonFish per Musicclub.it

WASABI
Wasabi - "Wasabi" - Picanto Records Wasabi
offre una fresca rielaborazione dell'arte del trio e dinamiche
tra i musicisti particolarmente interessanti. Innanzi
tutto affiorano echi disparati: rock, progressive, elettronica....Questa
contaminazione - derivante anche dalle diverse provenienze
dei musicisti - permette di dare vita ad un trio jazz
che si discosta da una formazione classica e che è
capace di aggiungere una parola nuova a questo tipo di
formazione. Ne risulta una musica rigorosa con molti obbligati
e allo stesso tempo ricca di un interplay stimolante,
capace di intrecciare una fitta rete di relazioni. Tutto
questo assume un caratte affascinante, grazie alle tre
diverse personalità musicali in un alchimia unica
e interessantissima. I brani - quasi tuti di Feliciati
tranne Autostrade e The talking asshole, di Gwis- sono
accattivanti e sapientemente arrangiati, capaci di fornire
spunti ai singoli musicisti: Gwis ha un pianismo suggestivo,
integrato dall'uso ben calibrato del moog; Feliciati mette
da parte i virtuosismi al basso elettrico per passare
al contrabbasso e reggere sapientemente il discorso; Smimmo
offre un drumming rigoroso e ricco di spunti. Wasabi è
una sorpresa, un album valido che batte una via nuova
capace di guardare avanti.
Michael Alberga - Musica Jazz

WASABI Wasabi Picanto records 2009. L'intro iniziale,
sommesso e programmatico, di The Meeting, ci introduce
a quelle che saranno le prerogative di questo interessante
e mai scontato disco del trio Wasabi. Il fulcro compositivo,
ma equilibrato nelle ripartizioni, appartiene al contrabbassista
Lorenzo Feliciati, autore di nove degli undici brani.
Gli altri due sono firmati dal pianista Alessandro Gwis.
Wasabi contiene disparati richiami alle tradizioni pianistiche
passate e presenti, da Bill Evans a Bred Melhdau, alle
sonorità introspettive e crepuscolari del nord
Europa e al rock. I tre usano queste influenze per tessere
la loro tela fatta di originali invenzioni timbriche e
sonore che sono espresse al meglio in The Meeting, The
Talking Asshole, Stolen Drums e Autostrade.
Flavio Caprera - JAZZiT

Wasabi Wasabi | Picanto Records/Egea Records (2009) Ogni
qual volta si mette nel lettore un CD di un trio piano-batteria-contrabbasso,
c'è sempre l'eventualità di andare incontro
a un ascolto standardizzato, prevedibile. Ma difficilmente
la Picanto Records di Sergio Gimigliano si lascia catturare
da progetti canonici, dalle trepidazioni schematizzate,
e Wasabi ne è ulteriore prova. Disco che vede esprimersi
un triangolo equilatero che ha come base il drumming provocante
di Emanuele Smimmo e il suo vertice compositivo nel contrabbassista
Lorenzo Feliciati (sono firmati da lui nove degli undici
originali proposti), attento a non appesantire mai troppo
lo scena e lasciare molto spazio ad Alessandro Gwis, pianista
capace di interagire con alcune soluzioni elettroniche
(il Moog Piano System nello specifico) e dalle ampie vedute
timbriche, che delineano uno stile fresco e misurato all'occorrenza
("Black Book, Red Letters"). E sono proprio
i due pezzi a firma di Gwis a finire senza ripensamenti
sul taccuino dei nostri appunti: "The Talking Asshole"
per ironia, capacità d'insieme, danzabilità,
spirito; e "Autostrade," piccolo gioiello di
crepuscolare bellezza. Wasabi è un disco che cattura
fin dalle prime battute (coinvolgente l'iniziale "The
Meeting," tutta ammiccamenti melodici e sottintesi
ritmici) e riesce a mantenere alta l'attenzione dell'ascoltatore
grazie, soprattutto, all'interplay positivo all'interno
del trio, e al continuo progredire di una musica che,
giustamente, guarda alla tradizione del passato, ma che
mira dritta alla fonte delle emozioni rinnovabili.
Roberto Paviglianiti - All About jazz

Il pianista Alessandro Gwis, il Contrabbassista Lorenzo
Feliciati e il Batterista Emanuele Smimmo danno vita ad
un bel trio pieno di verve e di "fuoco", con
in più il coraggio di non rifugiarsi nel porto
rassicurante del repertorio standard, per osare tutte
composizioni proprie. Quando entra in scena il formidabile
trombettista Cuong Vu, lo fa come una mosca: ovviamente
non nel senso di fastidioso, ma di veloce e totalmente
imprevedibile, zigzagante. I suoi interventi incrementano
un tasso di originalità peraltro già piuttosto
alto.
Filippo Bianchi - Corriere della Sera
(Io Donna)

"Closer" è la più
recente incisione di Wasabi che testimonia la volontà,
da parte del gruppo, di approfondire e far evolvere elementi
già presenti nel precedente cd. Il trio romano
suona un solido jazz moderno, impreziosito da melodie
apparentemente semplici e contagiose per la loro cantabilità,
dotate di ritmi vicini ad un funky controllato, mai chiassoso
e strabordante. Alessandro Gwis è tastierista tecnicamente
ferratissimo con un suono scintillante o meditativo, a
seconda delle situazioni e l'opzione di esprimersi con
l'iterazione di brevi frasi su cui elaborare divagazioni
ampie e ben articolate. Lorenzo Feliciati è autore
di sei tracce di diversa fisionomia, ora più soft
e vagamente malinconiche, ora più "tirate"
e mosse. Il suo basso è capace di offrire un accompagnamento
preciso e discreto o di uscire in assoli tematici ben
costruiti.
Emanuele Smimmo è batterista eclettico. Sa far
alzare la temperatura dei vari brani con un drummin' pieno
e potente di sapore latineggiante o suonare in controtendenza
al pianoforte occupando un ruolo di alter ego solistico
del tutto funzionale al contesto. L'ospiteCuong Vu aggiunge
un qualcosa in più, facendo lievitare la musica
del trio verso scenari luminosi e selvaggi, causando una
mutazione all'interno delle composizioni, decisamente
in positivo. I brani migliori del disco sono proprio quelli
in quartetto."Langhe oscure" inizia a tempo
lento, l'uso di effetti elettronici serve per colorare
lo sfondo, non per sovrapporsi o sostituire le voci dei
protagonisti. La tromba davisiana della guest star vietnamita
si inserisce per tratteggiare paesaggi sonori immaginari
eppure concreti, trasportando la musica in una dimensione
metropolitana e onirica al tempo stesso. "Autostrade"
si muove piano, con circospezione, poi si allarga, "aumenta
le corsie", si potrebbe parafrasare, per inglobare
un magistrale duetto fra piano e tromba. "Country
Girl" è su tempo medio e si caratterizza per
il suono vero, naturale dell'ottone e per il vigoroso
incalzare del pianoforte che insegue il percorso del fiatista
fino ad affiancarlo o a superarlo. Fra gli altri pezzi,
tutti piuttosto omogenei come qualità, si raccomanda
particolarmente "Trum", su tempo medio con accenti
pop e un fraseggio jarrettiano di Gwis o prossimo al sound
di Esbjorn Svensson.
Nelle note di copertina Ernesto De Pascale scrive che
il trio "riscrive il jazz usando la carta da musica
di 40 anni fa, senza cancellarne le note già scritte".
Invero, ad ascoltare il lavoro, sembra che il debito alla
tradizione riguarda periodi storici più vicini
a noi. Quarant'anni fa l'avanguardia virava verso il free
o il jazz rock. Wasabi si ispira piuttosto a tutto quanto
è ruotato attorno al jazz dagli anni settanta in
poi, producendo una musica a suo modo meticcia e derivata
da evidenti contaminazioni con altri generi. Una musica,
cioè, che si arricchisce di tanti rimandi, pur
restando inequivocabilmente legata al jazz. E si tratta
di un jazz gradevole, ricco di ritmo e di melodia, con
una cifra stilistica abbastanza personale. E non è
facile risultare personali oggi.
Gianni B. Montano - Jazzitalia
